Lo scrittore Peppe Leccese: «Nel mio "Terra terra" ricordo di quando si viaggiava in autostop»
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martedì 7 luglio 2026
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di Francesco Sblendorio
E proprio ricordando una di queste vacanze “alternative” che il 53enne barese Peppe Leccese ha scritto il suo primo romanzo: si chiama “Terra terra” ed è stato pubblicato il 12 giugno scorso da Bertoni editore.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Un libro essenzialmente autobiografico, che narra del viaggio intrapreso 34 anni fa da lui e dal suo amico Sergio, i quali attraversarono l’Europa unicamente servendosi di passaggi offerti da automobilisti, prima di imbarcarsi per il Marocco.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Abbiamo intervistato l’autore.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
“Terra terra” narra di un tipo di esperienza che oggi definiremmo fuori dal comune…
Sì. I protagonisti siamo io e il mio amico Sergio (Biagio e Tommaso nel libro): due 19enni baresi che nel 1992, subito dopo il diploma, decidono di partire in autostop alla volta del Nord Africa. Risalgono dunque l’Italia, proseguono lungo la Francia meridionale, attraversano Spagna e Portogallo, quindi si imbarcano per il Marocco. Qui raggiungono i monti del Rif e trascorrono un periodo nei villaggi berberi in cui si coltiva il kif, prodotto dalla setacciatura della cannabis.
È una vicenda che hai quindi vissuto in prima persona.
Ovviamente alcuni personaggi della storia li ho inventati e tratteggiati a fini narrativi, così come certi episodi sono romanzati. Ma la sostanza dell’esperienza che ho vissuto è la stessa del libro, compreso il racconto di tanti soggetti incontrati sul percorso: dal disertore della legione straniera al narcotrafficante internazionale.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Com’è stato viaggiare in autostop?
Lungo la strada le macchine passavano veloci e non si fermava nessuno anche per ore e ore. Così per cercare un passaggio ci appostavamo nelle aree di servizio, dove gli automobilisti facevano le loro soste. Qui potevamo avvicinarli e scambiare qualche parola, per poi scegliere da chi accettare uno “strappo”. Capitava anche di rifiutare un passaggio perché, d’istinto, non ci fidavamo di chi ce lo stava offrendo. Questo ci permise di non incorrere in disavventure particolari.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
In quali Paesi è stato più facile ricevere aiuto?
In Italia e Spagna era più semplice, mentre i francesi erano un po’ più freddi da questo punto di vista. Ma non mancarono piacevoli eccezioni: una volta, in piena notte, furono due donne francesi a offrirci un passaggio e addirittura a ospitarci a casa loro.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Ma non c’era alternativa all’autostop?
Per noi studenti con pochissimi soldi a disposizione no: non ci potevamo permettere certo il costo dell’autostrada e della benzina. Chi aveva un budget un po’ più alto riusciva a viaggiare con l’Interrail, una sorta di abbonamento a prezzi modici che consente ancora oggi ai giovani di girare l’Europa in treno per 30 giorni. Ma per noi era comunque troppo, così non ci restava che l’autostop o eventuali mezzi di fortuna. Si andava avanti finché si aveva qualcosa in tasca. E si sceglieva di volta in volta dove andare: in Spagna per esempio discutemmo parecchio se prendere la strada di Bilbao o dirigerci verso il Portogallo.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Il bisogno di ottimizzare le risorse portava anche a situazioni un po’ estreme?
Certo. Partivamo cercando i posti meno cari in cui alloggiare, con il rischio inevitabile di finire nei bassifondi e di esporsi ai pericoli. Ma al di là di questi aspetti pratici, ciò che ci animava era proprio la ricerca di esperienze al limite, l’irresistibile attrazione per i luoghi autentici e per le persone vere. L’apparenza del resto era sistematicamente smentita dalla realtà e si finiva per comprendere il lato umano anche di chi all’inizio ci era parso poco raccomandabile. Un esempio: gli abitanti del villaggio berbero in cui si coltivava il kif non erano persone dedite ad attività illegali ma umili contadini che avevano solo quell’attività per vivere.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Insomma questo genere di viaggi finiva per segnarti come persona.
Cercavamo lo “spaesamento”, inteso in un’accezione letterale: uscire dal paese. Valicare i confini della propria comunità voleva dire mettere in discussione la propria identità culturale e quindi anche sé stessi come individui. Un processo che richiedeva necessariamente uno sforzo: essere pronti a confrontarsi con realtà e persone nuove.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Oggi per i giovani è più difficile pensare di poter intraprendere un viaggio del genere?
Ormai lungo le strade non capita più di vedere degli autostoppisti. Da un lato questo è dovuto al fatto che è divenuto più semplice spostarsi con altri mezzi a costi limitati. Ma dall’altro dobbiamo considerare che in generale ci si fida di meno degli altri: rispetto a 30-40 anni fa c’è stato un allontanamento tra le persone. Oggi viviamo un paradosso: la mentalità è di certo più aperta di prima e con le tecnologie i ragazzi hanno la possibilità di iniziare a conoscere le diverse culture prima ancora di partire. Ma poi, una volta in viaggio, si è meno disponibili ad affidarsi all’altro, si ha paura dello sconosciuto. D’altro canto persino chiedere un’informazione per strada sembra ormai assurdo, avendo tutti a disposizione Google Maps sullo smartphone. Le distanze tra i luoghi sono diminuite, il mondo sembra più piccolo, ma possiamo affermarlo con certezza: è aumentata la distanza tra gli esseri umani.
Foto di Roger McLassus
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